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 Immagini della mostra  Ritratti   Il tempo libero 

 

 

   La giovinezza è indubbiamente quella fase della vita che scorre via veloce, rapida, e che desta sempre quando poi vi si ritorna con la memoria un grande rimpianto, un senso di vuoto come un grande buco nero che ci ha risucchiato una parte della nostra esistenza.

   E’ una stagione della vita breve, ma densa di speranze, di sogni ed aspettative che forse solamente in parte si realizzeranno mentre altre resteranno deluse. I personaggi che osserviamo qui ritratti, che tutti ricordiamo perché li abbiamo conosciuti, o ancora ai giorni nostri li vediamo più avanti negli anni, non sono stati, nemmeno loro, di certo immuni da questi sentimenti e speranze.

   Osservandoli vediamo una carrellata di volti giovani, sorridenti, fiduciosi nel futuro che avevano davanti a loro, all’apparenza spensierati e del tutto ignari di quanto il destino avrebbe riservato loro.

   Riflettendoci su, pare inconcepibile che appartengano, almeno alcuni, a generazioni cresciute tra due guerre, mentre li osserviamo sereni e felici risulta inverosimile pensare che allora dovevano convivere con gli orrori di un conflitto mondiale, che in altre parole significava bombardamenti, rappresaglie, leggi razziali, la convivenza forzata col nemico, invasioni, devastazioni, razionamenti e restrizioni alimentari che tradotto in parole povere significavano la costante convivenza con la fame, la paura e l’orrore della guerra.

   Guardandoli pedalare sorridenti o in teneri atteggiamenti durante le passeggiate o le allegre scampagnate non ci pare vero che vivessero o avessero superato le situazioni devastanti che la guerra aveva creato.

  Da tutto questo emerge però in modo prorompente la capacità, o forse una notevole inflessibile volontà di guardare avanti dritto davanti a sé stessi nonostante tutto un voler tornare alla vita, alla famiglia che avevano salvato,  mentre per altri a quella che avrebbero creato di lì a poco. La vita andava avanti, anche per quelli meno fortunati che avevano perso qualcosa, alcuni la casa o dei beni, altri dovevano elaborare dei lutti, vite stroncate, persone care scomparse, affetti lacerati.

   Ma la loro ancora di salvezza era la caparbia determinazione a voler tornare a sorridere alla vita ed a risollevarsi dalle macerie pur avendo davanti un futuro pieno di incertezze e di incognite, che solamente qualche anno dopo li avrebbe spinti fuori grazie al boom economico del dopoguerra.

   La considerazione più autentica e sorprendente è che era fondamentalmente una gioventù sana come principi e valori, con la schiena dritta, che non si era piegata davanti a niente ed a nessuno, né tantomeno su sé stessa e sulle sventure subite. Grazie proprio a tutto ciò che avevano saputo lasciarsi alle spalle, avevano ripreso a stare insieme bene, a divertirsi ed a gioire molto con tanto, tanto poco. Questa era la loro fondamentale consapevolezza, perché non c’erano tanti mezzi né tantomeno alternative a disposizione, ed è questo l’insegnamento trasmesso dall’esempio di queste generazioni, semplice, diretto ma profondo, come sapevano essere loro, chiamati in giovane età a vivere situazioni difficili senza potersi defilare perché non ve ne era la possibilità. Una vera elezione di vita per tutti noi e per i giovani d’oggi, in quanto ancora e sempre terribilmente attuale soprattutto ai giorni nostri.

   Nei ritratti fotografici “posati in studio” emergono due cose in modo lampante. In quelli dell’inizio del novecento prevale lo studio accurato dell’ambientazione che fa da contorno al soggetto, costituita da vari tipi di fondali dipinti e da svariati elementi di arredo ed oggetti vari, alcuni in particolare risultano molto studiati e curati in ogni dettaglio. Andando avanti nel tempo soprattutto verso la fine degli anni trenta, culminando negli anni quaranta e fino alla seconda metà dei cinquanta comincia ad evidenziarsi l’influenza del cinema, con i suoi miti soprattutto d’oltre oceano nel ritratto fotografico.

   Esempi rilevanti di tale condizionamento sono evidenti in alcuni ritratti realizzati dagli studi fotografici Manero di Vigone e Gramaglia di Torino (del quale merita di essere evidenziato il logo, un volto suddiviso verticalmente in positivo-negativo, particolarmente interessante e bello dal punto di vista grafico).

   Sapienti giochi di luci e di chiaro-scuro creavano immagini patinate e levigate che si rifacevano a quelle delle star hollywodiane, simulavano alla perfezione effetti che solamente un sapiente make-up avrebbe potuto rendere.

   Considerando che la base del trucco consisteva tuttalpiù nell’uso del rossetto e della cipria per eliminare “l’effetto lucido” non resta che considerare l’indubbia capacità dei fotografi e l’autentica bellezza di alcuni soggetti data l’inconsistenza di artifici sia materiali che tecnologici, in quanto non si ricorreva contrariamente ai giorni nostri a truccatori o a ritocchi col bisturi o al computer per modificare il risultato finale. 

   Quello che appariva sulla pellicola corrispondeva a quello che si era. I soggetti  sia maschili che femminili ricalcano nel “look” gli ideali di bellezze cinematografiche delle varie epoche fino ad un certo punto, dopo saranno sostituiti dai divi della canzone.

  Negli anni trenta le acconciature e le bocche si rifanno a quelle dei divi del cinema muto. Le donne hanno labbra dipinte a “cuore”, spesso anche gli uomini hanno labbra dipinte per renderle più sensuali, mentre i capelli sono rigorosamente impomatati.

   Andando avanti nel tempo di un decennio, i capelli sono sempre impomatati ma più morbidi e rifacendosi a Clark Gable o al più nostrano Amedeo Nazzari gli uomini sfoggiano curati baffetti sottili e ben curati.

   L’universo femminile si rifà allo stile delle dive dei film dei “telefoni bianchi”, alla popolarissima Assia Noris, oppure alla prima Evita Péron o alle dive conclamate d’oltre oceano come Joan Crowford, Bette Davis, Marléne Dietrich e Greta Garbo.

   Spostandoci ancora di un decennio verso gli anni “50” il mondo maschile sfoggia ciuffi alla James Dean o alla Elvis Priesley, mentre sul fronte femminile i miti da copiare sono Ava Garner, Liz Taylor, Marylin Monroe oppure le nostrane Silvana Mangano, Lucia Bosé e Sophia Loren.

   Dai “60” in avanti subentrano modelli come i Beatles, mentre per le ragazze diventano più indefiniti i personaggi di riferimento.

 

 

 

a cura del gruppo "Scansioni di tempo" - Ricerca e catalogazione materiale:

Costanza Ferrero - Coordinamento e supervisione della mostra: Michele Ferrero


 



 

 

 

 

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